lunedì 28 novembre 2016

Sbiancante Zuccari per un sorriso sano.

Dentifricio Sbiancante Protettivo

Dentifricio Sbiancante Protettivo svolge un’azione anti-placca, anti-tartaro e offre un alito più fresco. Con Olio di Neem e Lichene islandico per l’effetto sbiancante, con Clorofilla e rosmarino rinfrescanti dell’alito. Inoltre, contiene Tea Tree ed Echinacea contro placca e tartaro, Vitamine A, C e P. Per non interferire con le cure omeopatiche, il Dentifricio sbiancante protettivo è senza menta. Nuova formula con Stevia!

Perché non teme confronti?

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Per te che:
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Collutorio d’Aloe Multi-attivo

Collutorio d'Aloe Multi-attivo contrasta naturalmente placca, tartaro e carie. Svolge un effetto whitening e rinfresca l’alito. Contiene Vitamine B3, B5, B6, C, E ed F, Salvia, Lichene islandico, Clorofilla, Xilitolo, Tea tree, Mirra, Arancio e Biancospino. Con sistema quantycup® che permette di erogare una dose esatta di prodotto, rendendo il prodotto pratico ed evitando sprechi. Per non interferire con le cure omeopatiche.

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sabato 26 novembre 2016

Ipertensione e alimentazione

L’ipertensione è una malattia considerata “cronica” e caratterizzata da un aumento della tensione sanguigna nelle arterie. Il problema è che spesso basterebbe curare l'alimentazione per ritornare a valori considerati normali.
Esistono abitudini alimentari, fattori genetici o malattie che favoriscono l’ipertensione come: 
  • Elevata assunzione di sodio
  • Scarsa produzione di renina
  • Resistenza all’insulina
  • Sovrappeso e obesità
  • Predisposizione genetica
  • Età
Vediamo perciò quali sono gli alimenti che riducono l’ipertensione.
  • Aglio. Questo ingrediente è perfetto per quasi ogni problema di salute ed è per questo che è considerato un antibiotico ultrapotente. Mangiare uno o due spicchi di aglio al giorno, preparato in modi diversi e sempre meglio se a crudo, aiuta a ridurre l'ipertensione e i livelli di colesterolo. Uno spicchio d’aglio a stomaco vuoto è una ricca fonte di allicina, una sostanza in grado di combattere l’ipertensione.
  • Ananas. Questo frutto delizioso è ricco di bromelina, un enzima che aiuta a sciogliere i coaguli e a rendere più fluido il sangue. Bevete del succo d’ananas o mangiatelo a fette a fine pasto almeno una volta a settimana e potrete trarre il meglio da tutti i suoi benefici per il sistema circolatorio.
  • Banana. Questo frutto contiene magnesio e potassio ed è consigliato per coloro che assumono diuretici o medicinali per l’ipertensione, poiché entrambi privano l’organismo di questi due nutrienti essenziali.Aiuterà anche a prevenire i crampi .
  • Carote. Questo ortaggio è ricco di vitamina C e betacarotene, il che lo rende perfetto per prevenire i problemi del sistema circolatorio. Se volete ridurre il colesterolo, proteggere le arterie e prevenire l’aterosclerosi, potete mangiare le carote crude magari aggiungendole alle vostre insalate o nei frullati. 
  • Crucifere. Tutta la famiglia delle crucifere, come i broccoli, il cavolo riccio o i cavoletti di Bruxelles, sono ottimi antiossidanti che aiutano a prevenire la degenerazione delle arterie e a controllare la salute cardiovascolare. Esistono moltissime ricette che includono queste verdure ricche di glucosinolati e altri alleati della salute che vi aiuteranno a regolare la pressione.
  • Curcuma. Questa spezia dal sapore così caratteristico, contiene diverse sostanze che servono a ridurre i trigliceridi e il colesterolo cattivo o LDL. La curcuma è perfetta per prevenire le malattie cardiovascolari. Aggiungetela ai vostri risotti, alla pasta o nei legumi (fave bianche comprese) … Un condimento sano e gustoso!
  • Guava. Questo frutto tropicale è in grado di ridurre il colesterolo cattivo o LDL e di aumentare i livelli di quello buono o HDL e a regolarizzare l'ipertensione. È un’ottima opzione da scegliere a fine pasto, come spuntino di metà mattinata o per preparare un frullato naturale e rinfrescante.
  • Legumi. Lenticchie, ceci, fagioli, piselli… Vi consigliamo di assumerli almeno tre volte a settimana e preparati in modo diverso, così da donare al corpo potassio, magnesio, vitamina B, ferro e fibre. Inoltre, sono ricchi di aminoacidi essenziali e proteine vegetali.
  • Limone. Il limone è un agrume ricco di vitamina C e di flavonoidi. Entrambi questi nutrienti aiutano a mantenere in buono stato le arterie e a migliorarne l’elasticità. Per questo motivo, impediscono al sangue di fare troppa pressione per poter raggiungere il cuore. Usate il limone come condimento nelle insalate o per dare più sapore ai vostri piatti.
  • Pomodoro. Il pomodoro è una fonte di aminoacidi, che aiutano a ridurre l'ipertensione, di licopene, che migliora la circolazione, e di glutatione, un potente antiossidante. Perciò è bene aggiungere pomodori crudi alle insalate.
  • Semi di chia. Si tratta di un’ottima fonte di acidi grassi Omega 3, fibre e magnesio e numerosi altri minerali. Potete aggiungere un cucchiaino di semi di chia al latte, allo yogurt o al succo che prendete a colazione oppure potete aggiungerli a torte, insalate e zuppe. Non dimenticatevi di idratare i semi con dell’acqua per attivarli.

giovedì 24 novembre 2016

Cioccolato, che passione!

Cioccolato, che passione! Basta provare ad assaggiarlo per capire perché il cioccolato viene definito il "cibo degli Dei". Ne basta infatti un quadratino per risvegliare tutti i sensi: ha un colore accattivante ed un profumo travolgente, è caratterizzato da una croccantezza che stimola tatto ed udito.
Ed in oltre…. mangiare cioccolato fa bene all’amore! Favorisce la produzione di una particolare sostanza chimica che entra in azione nel nostro cervello quando Cupido fa centro nel nostro cuore ed è un ottimo coadiuvante per far aumentare il desiderio sessuale.
In più il cioccolato è stato assolto con formula piena dalle accuse di essere solo un alimento ipercalorico, responsabile di "ciccia e brufoli". Anzi sono state esaltate le sue virtù: ricco di ferro, magnesio, fosforo e potassio, inoltre è naturalmente ricco di polifenoli e bioflavonidi, sostanze naturali attualmente studiate per la loro capacità antiossidante. In associazione con altre sostanze, come per i cioccolatini ripieni, le proprietà di questo prezioso alimento si aggiungono a quelle del suo ripieno: lo zenzero, ad esempio, favorisce il riequilibrio della flora batterica intestinale, la cannella stimola le funzioni digestive, le nocciole sono ricche di vitamine E e di fibre.
E sapete chi sono i cioccolatieri più famosi al mondo? Siamo proprio noi italiani che con la nostra produzione artigiana siamo rispettati nel mercato internazionale più dei nostri colleghi francesi.
Un po’ di cioccolato allunga l’esistenza.
Fa bene al cuore, abbassa la pressione e contiene antiossidanti.
Da preferire il fondente, ha le proprietà del vino rosso.
Il cioccolato fa bene al cuore. A provare scientificamente ciò sono stati svolti alcuni studi scientifici. Il primo è stato pubblicato sul "Journal of the American Medical Association": si tratta di 13 adulti, con età compresa fra i 55 e 64 anni, e tutti affetti da ipertensione moderata. La scelta è stata di sottoporli ad un inedito, e non molto doloroso, esperimento: mangiare barrette da 84 grammi di cioccolato ogni giorno per due settimane. Durante questo periodo il gruppo è stato diviso in due: per alcuni si trattava di cioccolato fondente, per gli altri di cioccolato al latte.
Al termine della fase di osservazione è arrivata la sentenza: il cioccolato al latte aveva lasciato sostanzialmente immutata la pressione del sangue, mentre quello fondente aveva contribuito a diminuirla in maniera significativa - facendo calare nel giro di dieci giorni la massima di cinque punti e la minima di due punti - con benefici per il sistema cardiaco. A fare la differenza è stato il polifenolo: una sostanza contenuta nel cioccolato fondente ed alla quale in medicina si attribuiscono anche le doti benefiche per la salute che possiede il vino rosso. L'obbiettivo e proseguire gli studi per tentare di arrivare ad ottimizzare gli effetti del cioccolato al fine di riuscire a trasformarlo nel garante dei valori medi della pressione del sangue: 120 massima, 80 minima. Ad arrivare ad una conclusione analoga a quella dell'Università di Colonia è stato un team di studiosi dell'Istituto nazionale di ricerca sul cibo e la nutrizione di Roma e dell'Università scozzese di Glaslow che hanno pubblicato su "Nature" una ricerca secondo la quale la differenza fra il cioccolato al latte e quello fondente dipende dal fatto che le proteine del latte impediscono all'organismo di assorbire le sostanze antiossidanti contenuto nel cioccolato ovvero i flavonoidi, presenti anche in frutta e verdura.
Robert Eckel, presidente della commissione sul metabolismo e l'attività fisica dell'Associazione cardiaca americana, ha detto: "non bisogna dimenticare il fatto che il cioccolato resta pur sempre del cioccolato per quanto riguarda la composizione dei grassi ed anche se il cacao può avere delle proprietà benefiche abbiamo sull'altro piatto della bilancia degli effetti calorici che possono annullare tali benefici".
Curiosità !
Chissà quante volte lo avete fumato, e senza neanche saperlo: potrà sembrarvi strano, ma sto parlando... del cacao! E' noto a pochi, infatti, che il cacao figura tra gli additivi usati nella preparazione di alcune sigarette. Lo scopo è quello di arricchire e rendere più gradevole il loro bouquet aromatico, e viene usato soprattutto per le sigarette indirizzate al mercato dei giovani. Questa è solo una delle molte notizie strane o curiose che appartengono al vasto mondo del cioccolato e del cacao; notizie che, per la maggior parte, sono sconosciute ai più, appassionati di cioccolato inclusi. E con queste righe voglio cercare proprio di soddisfare la curiosità di cioccofili e non, raccontandovi alcune stranezze e fatti particolari riguardanti il "cibo degli dei".

martedì 22 novembre 2016

Le piaghe da decubito

Le piaghe da decubito, note anche come lesioni da compressione od ulcere da decubito, sono ferite di difficile guarigione, lesioni cutanee che solitamente portano a necrosi del tessuto: le piaghe non interessano solamente gli strati superficiali della cute (epidermide, derma) ma si spingono più in profondità, fino a raggiungere gli strati sottocutanei, la muscolatura e le ossa.
La causa che porta alla formazione di piaghe da decubito non è degenerativa, né infettiva od incognita: le lesioni sono provocate da una posizione statica del soggetto, costretto all'immobilità prolungata per vari motivi, quali ingessatura, rottura delle ossa degli arti, obesità grave, gravidanza a rischio (che obbliga la donna all'immobilità a letto);  talvolta, anche l'uso di farmaci può indurre il soggetto alla permanenza a letto. In simili circostanze, il soggetto è costretto ad assumere una posizione statica, che provoca uno scorretto afflusso ematico locale, perché i vasi sanguigni subiscono una compressione; ne consegue un aumento della pressione che, superando i 40 mm di mercurio, potrebbe provocare l'ostruzione dei vasi, la coagulazione e la morte del tessuto (necrosi).
È opportuno ricordare che le piaghe da decubito si possono prevenire con l'aiuto di familiari o di personale sanitario competente, attento alle necessità del paziente: ogni due - tre ore si dovrebbe aiutare il soggetto a cambiare la posizione, per stimolare la circolazione del sangue; il regime alimentare dovrebbe essere molto attento e regolare, così come l'igiene del corpo: non eccessiva ma adeguata. Inoltre, è opportuno utilizzare degli aiuti specifici e mirati per la prevenzione delle piaghe, come cuscini, materassi, disinfettanti, bende, medicazioni ecc.; il personale ospedaliero, o i familiari, devono anche considerare eventuali patologie pre-esistenti (per es. disturbi epatici, metabolici, neurologici).
La prevenzione delle piaghe da decubito è indispensabile per il buono stato di salute del soggetto; infatti, le lesioni che possono conseguire ad un'immobilità forzata possono provocare effetti di gravissima entità, intaccando anche tessuto muscolare ed osseo. Il danno provocato, tanto maggiore quanto più lungo è il tempo di immobilità, può essere tale da indurre anche la morte della persona: proprio per questa ragione è indispensabile l'ausilio del personale competente, che può e deve prevenire conseguenze più gravi.
Le piaghe da compressione non si possono considerare ferite “normali”, poiché non riescono a guarire spontaneamente, anzi tendono a cronicizzare; in base alla gravità della piaga si possono utilizzare dei rimedi naturali (per ulcere di bassa entità) o farmaci (se le piaghe degenerano negli stadi critici raggiungendo muscolo ed osso).
Il livello di minor pericolosità è caratterizzato da eritema, ispessimento, indurimento della cute e perdita del colore naturale della pelle; poi la lesione può progredire manifestando lesioni, vesciche o abrasioni a livello dell'epidermide e del derma. Se il danno diventa sempre più consistente, potrebbe intaccare vaste aree provocando la degenerazione e la morte del tessuto sottocutaneo (necrosi), coinvolgendo leggermente quello muscolare. Nell'ultimo stadio, che si configura il più rischioso per la sopravvivenza del soggetto, la lesione si estende dai muscoli alle ossa, dai tendini alle cartilagini.
Per quanto riguarda le cure e i trattamenti possibili, se la piaga da decubito è di bassa entità e reversibile, l'utilizzo di prodotti erboristici mirati potrebbe essere una buona soluzione, ovviamente previa indicazione del medico. Se, invece la lesione è più grave l'esperto deve indirizzare il paziente all'utilizzo di farmaci adeguati in grado di impedire la cronicizzazione della piaga e di attivare i processi di riparazione del tessuto danneggiato.
L'uso topico di sostanze disinfettanti (come i moderni nanocristalli d'argento) è un buon ausilio per ridurre i batteri che si sono insediati nella ferita da decubito: le sostanze antibatteriche aiutano non solo a creare un equilibrio della carica batterica, ma anche a diminuire la formazione di corpi necrotici e fibrina, riducendo la frequenza di medicazione delle piaghe.

lunedì 21 novembre 2016

La vitamina D3

La vitamina D3 appartiene al gruppo delle vitamine D, fondamentali per avere ossa forti, sistema immunitario resistente e combattere la depressione. Perché è importante non avere una carenza di questa vitamina?
La vitamina D3 è una dei nutrienti più importanti che non devono mancare nella nostra dieta: la sua funzione principale è quella di fornire un fondamentale rafforzamento al nostro sistema immunitario, ai muscoli e alle ossa, oltre ad essere un ottimo naturale contrasto alla depressione. Viene prodotta dall'organismo e attivata direttamente dalla luce solare, motivo per cui esporsi al sole con le dovute precauzioni è molto importante per il corretto assorbimento di questa vitamina.
La funzione principale della vitamina D3 è quella del rafforzamento delle ossa: la luce solare attiva il processo di produzione di un precursore della vitamina D da un composto simile al colesterolo, che successivamente si trasforma nella vitamina D3. L'esposizione alla luce solare tende a "fissare" proprio questa tipologia di vitamine e per questo è utilissima per contrastare l'insorgenza dei disordini autoimmuni e delle malattie depressive, che tendono a colpire le persone che stanno poco alla luce o più maggiormente esposte al disturbo stagionale legato alla scarsa esposizione al sole.
Per vitamina D si intende un gruppo di pro-ormoni liposolubili costituito da 5 diverse vitamine: vitamina D1, D2, D3, D4 e D5. Le due più importanti forme nella quale la vitamina D si può trovare sono la vitamina D2 (ergocalciferolo) e la vitamina D3 (colecalciferolo), entrambe le forme dall'attività biologica molto simile. Il colecalciferolo (D3), derivante dal colesterolo, è sintetizzato negli organismi animali, mentre l'ergocalciferolo (D2) è di provenienza vegetale.
La vitamina D ottenuta dall'esposizione solare o attraverso la dieta è presente in una forma biologicamente non attiva e deve subire due reazioni di idrossilazione per essere trasformata nella forma biologicamente attiva, il calcitriolo.
In Italia l'80% della popolazione è carente: l'insufficienza di vitamina D interessa circa la metà dei giovani italiani nei mesi invernali. La condizione carenziale aumenta con l'avanzare dell'età sino ad interessare la quasi totalità della popolazione anziana italiana che non assume supplementi di vitamina D.
Le prime alterazioni, in caso di vitamina D sotto la norma, consistono in: diminuzione dei livelli sierici di calcio e fosforo con conseguente iperparatiroidismo secondario ed aumento della concentrazione di fosfatasi alcalina. Successivamente si hanno alterazione dei processi di mineralizzazione con rachitismo (nel bambino) ed osteomalacia (nell'adulto) e debolezza muscolare, deformazione ossea e dolori. Alcuni studi del 2006 hanno portato alla luce come la carenza di vitamina D possa essere collegata con la sindrome influenzale, altri del 2009, correlano la carenza della vitamina con il manifestarsi della sclerosi multipla.
Particolarmente seria è la condizione delle donne in gravidanza. Studi recenti rivelano che più del 66% delle donne è carente di vitamina D, ovvero il livello nel sangue di 25(OH)D è minore di 30 ng/ml, e questi risultati sono indipendenti dalla stagionalità e dall'assunzione della supplementazione consigliata: questi dati fanno emergere come la quantità di vitamina D prevista nei prodotti multivitaminici per le neo-mamme sia totalmente inadeguata.
Assumere la quantità giusta di questa vitamina è importantissimo, perché una carenza di vitamina D3 è pericolosa per la salute delle nostre ossa, dato che espone maggiormente al rischio di fratture. Il modo migliore per assumere la vitamina D3 è naturalmente l'alimentazione: i cibi più ricchi sono il pesce (soprattutto il salmone, la trota, le aringhe), i frutti di mare e il latte vaccino, ma non vanno trascurati i cereali e la soia, tra cui anche i suoi prodotti derivati. Per la gioia di chi ama l'alimentazione vegana anche frutta e alla verdura sono ricchi di vitamina D3: vale la pena consumare molte arance, il cui succo è una fonte importante, e tra i vegetali i funghi sono la migliore fonte.

Livelli di assunzione e tossicità

Le Linee Guida elaborate dalla Società Italiana dell'Osteoporosi, del Metabolismo Minerale e delle Malattie dello Scheletro (SIOMMMS), affermano che "In presenza di deficit severo vanno somministrate dosi cumulative di vitamina D variabili tra 300.000 ed 1.000.000 di UI, nell'arco di 1-4 settimane".
Durante la gravidanza e l'allattamento le richieste di vitamina D aumentano per far fronte alla maturazione dello scheletro del feto e del neonato. Generalmente l'esposizione alla luce dovrebbe mantenere dei livelli adeguati, ma alle latitudini italiane da ottobre a marzo questo non è possibile e si possono verificare stati carenziali sia per la mamma che per il nascituro. La carenza di vitamina D è particolarmente frequente in Italia, specie negli anziani e nei mesi invernali, la carenza è tanto comune e di tale entità che l'86% delle donne italiane sopra i 70 anni presenta livelli ematici di 25(OH)D inferiori ai 10 ng/ml alla fine dell'inverno.
In caso di prolungata assunzione di vitamina, superiore a 10.000 UI/die, si possono verificare fenomeni di tossicità acuta o cronica con comparsa di nausea, diarrea, ipercalciuria, ipercalcemia, poliuria, calcificazione dei tessuti molli. Generalmente ciò può avvenire allorché i livelli circolanti di vitamina D superano i 100 ng/ml: per ripristinare una condizione di normalità è sufficiente sospendere o ridurre l'integrazione. In letteratura tutti i casi di tossicità pubblicati sono per dosi superiori a 40.000 UI giornaliere.


sabato 19 novembre 2016

Colazione sana e parti alla grande.

La colazione, ovvero il primo pasto della giornata rappresenta lo scoglio più grande per chi si occupa di nutrizione: abitudini, condizionamenti, resistenze spesso spingono a scelte non opportune che poi risultano difficile da scardinare. Eppure basterebbe ascoltare i segnali del proprio organismo, che in genere sa cosa gli è più congeniale. Ecco qualche consiglio utile per aiutarti a scegliere la colazione migliore per te.

È davvero necessario fare colazione ogni mattina?

Sono molte le persone che, complice l’immancabile “mancanza di tempo”, sacrificano la colazione pensando così di risparmiare un po’ di calorie, per poi essere colti poco dopo da una fame da lupi che spinge di corsa verso le famigerate macchinette o dentro il bar più vicino, portando a scelte ben peggiori di una colazione casalinga.
In linea di massima la colazione va sempre fatta: rappresenta il pasto che segue il lungo digiuno notturno e che fornisce la carica per affrontare la giornata. Spesso però, contro questa buona abitudine intervengono due fattori di disturbo:
  • l’assenza di fame al mattino: alcune persone preferiscono non mangiare, oppure si limitano a un caffè. Di solito questo succede quando si mangia tardi e in abbondanza la sera, cosa che prolunga la digestione e sovraccarica il lavoro notturno del fegato, abolendo l’appetito al risveglio;
  • il fattore “costituzionale”, tipico cioè delle persone “epatiche”, quelle in cui il fegato lavora sempre con un po’ più di difficoltà, che si alzano la mattina ancora stanche, con la bocca amara e l’intestino pigro, che hanno bisogno di un po’ di tempo (e del caffè!) per carburare. In questi soggetti non ha molto senso forzare con colazioni pantagrueliche, va piuttosto “aggiustata” la cena, per non aggravare ulteriormente il fegato, e programmata una piccola colazione dolce che assecondi le appetenze e ammorbidisca le tensioni caratteristiche di questa costituzione: una fetta di crostata casalinga, il pane casereccio con il miele o la marmellata, qualche biscotto di ottima qualità sono semplici esempi di solito molto graditi.

È meglio la colazione dolce o quella salata?

Come abbiamo visto, gli aspetti costituzionali possono influenzare questa scelta, che va rispettata, ma molte volte nel nostro Paese la preferenza della colazione è più che altro condizionata da abitudini sociali e, diciamolo pure, dalla pubblicità.
La storia della colazione ci racconta che questo primo pasto in passato non differiva molto dagli altri in termini di varietà di cibi, anzi, spesso era costituito dagli avanzi della cena precedente. In tempi più recenti, quando la disponibilità economica per la maggior parte della popolazione è migliorata e l’industria alimentare ha iniziato un’espansione colossale, le scelte si sono spostate verso alimenti più dolci, considerati da sempre un lusso che finalmente ci si poteva concedere.
Fette biscottate, frollini, marmellata, cornetti, brioche, sempre più confezionati e meno fatti in casa, sono diventati i protagonisti della colazione italiana; ad essi si sono poi aggiunti cereali soffiati, cornflakes, gallette, creme spalmabili e ogni altro alimento industriale presentato inevitabilmente come esempio di equilibrio, salute, leggerezza. Purtroppo non è proprio così.
La maggior parte delle proposte per la colazione contengono un eccesso di zuccheri semplici che possono minare l’equilibrio glicemico, con ripercussioni importanti sulla salute. A parte i soggetti “epatici”, le altre tipologie costituzionali possono giovarsi egregiamente di colazioni più ricche, a cui spesso rinunciano pensando che non siano sane. Via libera, invece, a un’ampia scelta tra pane, frutta, miele, marmellata, burro, olio, uova, pesce, formaggio, affettati, yogurt bianco naturale, frutta secca, cioccolato e ogni combinazione che risulti stuzzicante, in cui associare tra loro carboidrati, sia semplici che complessi, grassi e, se gradite, anche proteine.

È giusto evitare i grassi durante la prima colazione?

A dispetto della grande diffusione dei cibi light, i grassi sono fondamentali per dare energia, per mantenere integre le membrane cellulari, per la sintesi di ormoni, per trasmettere gli impulsi nervosi (il cervello è costituito per il 60% da grassi); ma c’è un aspetto che viene spesso sottovalutato in questa moderna e quanto mai confusa guerra ai lipidi: la sazietà. Una colazione adeguatamente ricca di grassi “buoni” (che tenga cioè alla larga tutti quei grassi artificiali come margarine, burri modificati, oli vegetali raffinati non spremuti a freddo), mantiene un senso di appagamento per tutta la mattina ed evita i tristemente noti picchi glicemici, consentendo di arrivare al pranzo senza incorrere a pericolosi spuntini ricchi di zuccheri.
Lo sa bene chi, pur avendone voglia, in nome della linea rinuncia al burro sul pane con la marmellata, salvo poi sgranocchiare uno snack già dopo meno di un paio di ore.

Colazione sana e parti alla grande.

La colazione, ovvero il primo pasto della giornata rappresenta lo scoglio più grande per chi si occupa di nutrizione: abitudini, condizionamenti, resistenze spesso spingono a scelte non opportune che poi risultano difficile da scardinare. Eppure basterebbe ascoltare i segnali del proprio organismo, che in genere sa cosa gli è più congeniale. Ecco qualche consiglio utile per aiutarti a scegliere la colazione migliore per te.

È davvero necessario fare colazione ogni mattina?

Sono molte le persone che, complice l’immancabile “mancanza di tempo”, sacrificano la colazione pensando così di risparmiare un po’ di calorie, per poi essere colti poco dopo da una fame da lupi che spinge di corsa verso le famigerate macchinette o dentro il bar più vicino, portando a scelte ben peggiori di una colazione casalinga.
In linea di massima la colazione va sempre fatta: rappresenta il pasto che segue il lungo digiuno notturno e che fornisce la carica per affrontare la giornata. Spesso però, contro questa buona abitudine intervengono due fattori di disturbo:
  • l’assenza di fame al mattino: alcune persone preferiscono non mangiare, oppure si limitano a un caffè. Di solito questo succede quando si mangia tardi e in abbondanza la sera, cosa che prolunga la digestione e sovraccarica il lavoro notturno del fegato, abolendo l’appetito al risveglio;
  • il fattore “costituzionale”, tipico cioè delle persone “epatiche”, quelle in cui il fegato lavora sempre con un po’ più di difficoltà, che si alzano la mattina ancora stanche, con la bocca amara e l’intestino pigro, che hanno bisogno di un po’ di tempo (e del caffè!) per carburare. In questi soggetti non ha molto senso forzare con colazioni pantagrueliche, va piuttosto “aggiustata” la cena, per non aggravare ulteriormente il fegato, e programmata una piccola colazione dolce che assecondi le appetenze e ammorbidisca le tensioni caratteristiche di questa costituzione: una fetta di crostata casalinga, il pane casereccio con il miele o la marmellata, qualche biscotto di ottima qualità sono semplici esempi di solito molto graditi.

È meglio la colazione dolce o quella salata?

Come abbiamo visto, gli aspetti costituzionali possono influenzare questa scelta, che va rispettata, ma molte volte nel nostro Paese la preferenza della colazione è più che altro condizionata da abitudini sociali e, diciamolo pure, dalla pubblicità.
La storia della colazione ci racconta che questo primo pasto in passato non differiva molto dagli altri in termini di varietà di cibi, anzi, spesso era costituito dagli avanzi della cena precedente. In tempi più recenti, quando la disponibilità economica per la maggior parte della popolazione è migliorata e l’industria alimentare ha iniziato un’espansione colossale, le scelte si sono spostate verso alimenti più dolci, considerati da sempre un lusso che finalmente ci si poteva concedere.
Fette biscottate, frollini, marmellata, cornetti, brioche, sempre più confezionati e meno fatti in casa, sono diventati i protagonisti della colazione italiana; ad essi si sono poi aggiunti cereali soffiati, cornflakes, gallette, creme spalmabili e ogni altro alimento industriale presentato inevitabilmente come esempio di equilibrio, salute, leggerezza. Purtroppo non è proprio così.
La maggior parte delle proposte per la colazione contengono un eccesso di zuccheri semplici che possono minare l’equilibrio glicemico, con ripercussioni importanti sulla salute. A parte i soggetti “epatici”, le altre tipologie costituzionali possono giovarsi egregiamente di colazioni più ricche, a cui spesso rinunciano pensando che non siano sane. Via libera, invece, a un’ampia scelta tra pane, frutta, miele, marmellata, burro, olio, uova, pesce, formaggio, affettati, yogurt bianco naturale, frutta secca, cioccolato e ogni combinazione che risulti stuzzicante, in cui associare tra loro carboidrati, sia semplici che complessi, grassi e, se gradite, anche proteine.

È giusto evitare i grassi durante la prima colazione?

A dispetto della grande diffusione dei cibi light, i grassi sono fondamentali per dare energia, per mantenere integre le membrane cellulari, per la sintesi di ormoni, per trasmettere gli impulsi nervosi (il cervello è costituito per il 60% da grassi); ma c’è un aspetto che viene spesso sottovalutato in questa moderna e quanto mai confusa guerra ai lipidi: la sazietà. Una colazione adeguatamente ricca di grassi “buoni” (che tenga cioè alla larga tutti quei grassi artificiali come margarine, burri modificati, oli vegetali raffinati non spremuti a freddo), mantiene un senso di appagamento per tutta la mattina ed evita i tristemente noti picchi glicemici, consentendo di arrivare al pranzo senza incorrere a pericolosi spuntini ricchi di zuccheri.
Lo sa bene chi, pur avendone voglia, in nome della linea rinuncia al burro sul pane con la marmellata, salvo poi sgranocchiare uno snack già dopo meno di un paio di ore.